Detto tra noi

Elogio di un guerriero mite

lunedì, 25 gennaio 2016, 18:54

di fabrizio vincenti

Ghivizzano. Santa Maria a Monte. Montemurlo. Pro Livorno. Pietrasanta Marina. Massese. Urbino Taccola. Fortis Lucchese. Signa. Quarrata. Albinia. PesciaUzzanese. Lammari. Pisa Sporting. Castelfiorentino. Lampo. Ecco le avversarie della Lucchese, allora costretta a chiamarsi Lucca FC, del campionato di Eccellenza 2001-2012. Sembra una vita fa, sono solo quattro anni.

Durante i quali il calcio a Lucca è risorto, prima di tutto per la volontà e l'ostinazione di Bruno Russo e di un manipolo di piccoli imprenditori locali, tifosi, prima ancora che soci, del sodalizio nato davvero all'ultimo tuffo sulle ceneri della Lucchese di Giuliani e Valentini. In quella formazione, tra Aliboni e Casapieri, tra Tosto e Francesconi, tra Fedato e Redomi, con mister Lazzini in panchina, c'era anche uno straniero, per quanto in Italia parlare di stranieri quando si nomina l'Argentina suona quasi ridicolo.

Marcos Espeche era in quel gruppo di giocatori che ha iniziato a rilanciare il calcio a Lucca. Proveniente dal Forte dei Marmi, inizialmente sembrava uno dei tanti giocatori di categoria destinati a dare una mano, con grande serietà, alla Pantera per poi finire chissà dove. Magari galleggiando nelle serie dilettantistiche. Espeche era arrivato alla società versiliese grazie al presidente argentino Ciancilla, dopo aver girato mezzo mondo nonostante la giovane età: Portogallo, Spagna e Tunisia, sempre alla ricerca di un lavoro nel mondo del pallone. Di una consacrazione.

Che è arrivata proprio a Lucca. Questo ragazzo acquistato come centrocampista e poi è finito in difesa, ha lasciato un segno a Lucca. E che segno. Quasi sempre in silenzio, timido quanto perbene, Espeche è l'emblema di questa Lucchese che ha avuto la forza di riportarsi, con grande volontà, nel calcio professionista. Espeche è sostanza. Proprio come la città, che non si bea nelle frasi a effetto ma preferisce i fatti concreti. E' applicazione. E' serietà. 

Questo ragazzo di fatti ne ha prodotti e continua a produrli. Magari senza dare troppo nell'occhio, ma ha convinto già sei allenatori a farne un perno del reparto difensivo rossonero. Non per caso, ma per la grande voglia, perché anche nel calcio volere è potere. E lui è un guerriero, mite, ma pur sempre un guerriero. Che a Santarcangelo contro il Rimini, nel momento in cui l'abisso sembrava davvero sotto i piedi dei rossoneri, mentre i compagni si mettevano le mani in testa al gol dei romagnoli, è andato nella porta, ha preso il pallone sotto braccio e se ne è andato a centrocampo. Perché c'era da provarci, da lottare, non da disperarsi. Naturalmente in silenzio. Ecco perché il suo gol, bellissimo, di Aprilia e il suo sorriso al momento di festeggiare con i compagni ci sono arrivati diritti al cuore. E ci hanno fatto davvero piacere per questo ragazzo che da guerriero mite è l'emblema di questa Lucchese. Dopo Cordoba, Lucca è casa sua.

 



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