Mondo Pantera

L'amore per la Lucchese non ha età: "Continuo a seguirla a 91 anni"

giovedì, 3 dicembre 2015, 14:54

di fabrizio vincenti

Marna, un nome che forse i più giovani fanno fatica a capire che possa essere anche un nome proprio, oltretutto denso di significati. Marna non è solo un nome di un fiume francese, è anche il ricordo di un'importante battaglia della Prima guerra mondiale, dove i francesi e gli inglesi, alleati degli italiani, batterono nel 1914 i tdeschi. E proprio in omaggio a quella vittoria, a una bambina appena nata fu imposto, pochi anni dopo il nome di Marna. Era la figlia del mitico massaggiatore della Lucchese, Luigi Lippi, da tutti conosciuto come Beolino, uno che ha sempre letto tantissimo, si è documentato e ha poi passato alla sua flglia unica l'amore per la lettura e per la Pantera. 

Marna ha ora 91 anni, portati a dir poco bene, al punto che tante persone di età decisamente inferiore potrebbero fare a cambio, traendone un vantaggio, con la sua lucidità, arguzia, voglia di vivere. E quando si parla di Lucchese, le si illuminano gli occhi. "Sono cresciuta a pane e Lucchese, c'ho finito la strada allo stadio", dice con una punta di orgoglio nel salotto della casa che una volta era anche il laboratorio di suo papà. Che non era solo massaggiatore rossonero: aveva infatti un'attività come ciabattino: dalle sue mani sono passate le scarpe di generazioni di giocatori rossoneri e non solo. La bottega era lì, in un'abitazione della via Sarzanese, un punto di riferimento per tifosi e giocatori: "Dopo le trasferte, all'epoca non c'erano tv ma solo la radio, erano tanti i ragazzi che capitavano qui per farsi raccontare da mio papà com'era andata la Lucchese, se aveva giocato bene, se il risultato era giusto. Aveva iniziato a fare il massaggiatore della formazione riserve dopo essere stato volontario della Croce Verde".

Marna Lippi ha fatto in tempo a vedere con i suoi occhi scampoli di Lucchese sconosciuti ai più. Come le partite giocate sul mitico Campaccio, l'impianto che veniva utlizzato prima della costruzione del Porta Elisa, un campo di cui non rimane più nulla. "Era più o meno dove ora c'è l'ospedale Campo di Marte, era circondato da una palizzata e anche gli spogliatoi erano in legno, ricordo che all'epoca ci giocava un certo Pardini che era di S. Anna, mettevano un tavolino fuori dove si faceva il biglietto. Poi fu costruito il Porta Elisa, dove ho visto gare dalla serie A alla D, per quanto non fossi presente alla sua inagurazione. Me ne andavo in tribuna e lo stadio era sempre abbastanza pieno, con poche donne presenti, ma tutto filiava liscio. In tribuna, quando i giocatori cadevano in terra, c'era chi  gridava: "O Beolino, ma che tacchetti hai messo alle scarpe?". Una gara che ricordo? Con il Millan, non tanto per il risultato, visto che perdemmo, ma perché ilmMilan è stata sempre la mia seconda squadra, aveva i nostri colori e avevo un debole per quella formazione".

Altri tempi, sia pensando ai calciatori che ai presidenti. Tutto diverso. Per molti aspetti il paragone è impietoso con i tempi nostri. "I presidenti, pesno a Della Santini, Paradossi, Fontana,  avevano i soldi - aggiunge - ma prima di tutto il cuore. A casa di Erbestein, l'allenatore che portò per la prima volta la Lucchese in serie A prima dell'ultima guerra, ero di casa Abitava sulla via Pesciatina nel tratto ora intitolato a Castruccio Castracani. Anche con i giocatori, che mio papà non voleva frequentassi, c'era un buon rapporto. Quando mi sono sposata, nel 1948, mi hanno regalato un servizio da 74 pezzi. Abitavano o in appartamenti, oppure all'albergo Melecchi, e Clocchiatti, uno dei giocatori della serie A, finì per sposare una delle figlie del proprietario, lui che veniva da Udine. Molto giocatori frequentavano il bar Savoia, una sorta di ritrovo fisso per tifosi e atleti, in via Vittorio Veneto".

"Ricordo bene Toth, giocatore ungherese dei tempi della serie A, che abitava non lontano da qui sempre sulla via Sarzanese. Non aveva il telefono - ricorda - e lo chiamavano all'apparecchio della bottega di alimentari che era nei pressi. Aveva un grande rispetto e timore di mio papà, lui che era un tipo a dir poco particolare. Una volta, contro il Milan, decise di esserci a tutti i costi e scese in campo con una spalla molto dolorante curandosi solo con ghiaccio e olio canforato. A quel tempo quelli erano i rimedi e mio papà lo ricordo anche al Papa da cui la Lucchese andò in visita nel 1948".

"Da quando mi sono sposata, per vari motivi, ho iniziato a seguire meno la Lucchese dal vivo, ma - conclude  - ho continuato saltuariamente a venire e soprattutto a seguirla sui giornali e in tv, anche ora continuo a farlo. E' sempre nei miei pensieri. Ricordo i tempi di Paci e di Orrico a cui mio marito fece un paio di scarpe dopo che aveva ereditato da mio papà l'attività di calzoleria. Mio papà, peraltro, era anche uno scopritore di giovani calciatori, andava spesso sui campetti per vedere se c'era qualcuno pronto per arrivare alla Lucchese. Segnalà anche Bertuccelli, che poi arrivò anche in Nazionale, ma fu preso solo l'anno dopo che l'aveva scoperto e segnalato alla società".



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