Rubriche : oltre le mura
mercoledì, 8 maggio 2013, 09:41
di fabrizio vincenti
Retrocessione, una parola che popola di incubi il sogno dei tifosi, ma anche dei dirigenti dei club. Il salto indietro di categoria, infatti, non è solo un chiaro fallimento sportivo, nella maggior parte dei casi è anche una rimessa economica. Anche se non tutte le retrocessioni pesano allo stesso modo, sotto questo punto di vista. A confermarlo è il libro "Il calcio ai tempi dello spread" di Gianfranco Teotino e Michele Uva, che stiamo utilizzando come bussola per orientarci nelle tendenze del calcio odierno.
Subito qualche dato per chiarire: lasciare la serie A per scivolare nella serie cadetta, costa, in soldoni, circa 4,4 milioni di euro sul risultato netto di esercizio. Il dato si riferisce al quadriennio 2007-2011. A crollare sono soprattutto i ricavi tv (-18,7 milioni) e il botteghino (-2,6 milioni). Solo in parte compensati dal contributo di mutualità che ammonta a 2,6 milioni.
Va molto peggio, una vera e propria iattura, la retrocessione dalla serie B alla Lega Pro. In quel caso il risultato netto è mediamente con il segno negativo per 1,2 milioni, ma per quanto più contenuto in valori assoluti è una mazzata da cui si salvano poche società. Tra queste chi ha sviluppato i settori giovanili, una sorta di ammortizzatore importantissimo in queste situazioni.
E per chi retrocede dalla Lega Pro 1 a quella 2? In questo caso il dramma è quasi esclusivamente sportivo: la differenza economica è praticamente impercettibile, anzi i conti sono leggermente in positivo: 22mila euro in più. Molto spesso la retrocessione provoca addirittura la mancata iscrizione al torneo dell'anno dopo. Negli ultimi dieci anni è successo ben 28 volte. O per rinuncia diretta o perché le domande di iscrizione non soddisfacevano i criteri minimi. In che serie? Due volte dalla A alla B; 9 dalla B alla Lega Pro 1 e ben 17 dalla Lega Pro 1 alla 2. E all'estero? Non è che vada molto meglio: in Inghilterra tra il 2000 e il 2010 sono stati ben 7 i club retrocessi dalla Premier alla Championship (serie B) a finire in amministrazione controllata.
In generale, dall'analisi del fenomeno se ne deduce che chi si è salvato dal crac sono stati quei club che hanno visto allargare il portafogli ai proprietari, ma soprattutto coloro che hanno coltivato un settore giovanile adeguato e, naturalmente, avevano investito nello stadio di proprietà. Ovvero chi ha saputo svincolare la gestione dal semplice risultato sportivo. Sapete quanti club italiani hanno stadi di proprietà e settori giovanili all'avanguardia? Meglio non rispondere.
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