Rubriche : fotomosaico

Corsi e ricorsi: il buccellato, Lucca, le Mura e Tahiti

martedì, 3 settembre 2013, 08:41

di simone pellico

Ingredienti:

300 g di farina

100 g di zucchero semolato

40 g di burro

10 g di lievito di birra

2 uova

1 bicchiere di latte

30 g di uvetta

Scorza grattugiata di un limone e di un arancio

Semi di anice

Sale

Più o meno erano questi i singoli doni regalati dal capitano rossonero Scarpato al pari grado bergamasco Angeleri, prima del fischio d’inizio di Atalanta – Lucchese del 27 maggio 1951. Niente scambio di incommestibili gagliardetti dunque, ma la consegna di un bel buccellato lucchese, rotondeggiante come una stilizzazione delle mura delle città. Del resto quell’anno ricorreva all’incirca il cinquecentenario della nascita canonizzata del buccellato, così come quest’anno ricorre il cinquecentenario della posa della prima pietra della muraglia lucchese.

Corsi e ricorsi, come nel tracciato delle Mura corrono e ricorrono analogie calcistiche. Sono undici i baluardi schierati a difesa della città, come i giocatori in campo: fra questi baluardi, l’ultimo è per forza il portiere. Fuori dalla cortina, gli spalti stanno a osservare le mura, come quelli dove i tifosi guardano la partita che si sviluppa fra due porte, quante erano quelle che originariamente aprivano le Mura. C’è pure il fossato a dividere, come quello del Porta Elisa. La palla la ritroviamo dentro all’artiglieria pesante, a proteggere la linea di difesa, comandata dai cannonieri, i ‘bomber’. Insomma, il manuale d’istruzioni della Mura è un bollettino calcistico a tutti gli effetti.

Ora, quando Scarpato ha regalato il buccellato ad Angeleri, magari non pensava di stare consegnando un diorama della città di Lucca venato, più che da anici e uva passa, da pesanti palle di cannone e impastato con polvere da sparo al posto della farina.Ma sta di fatto che il pane dolce per l’Atalanta fu piuttosto amaro. Nella cornice del buccellato la Lucchese infatti disegnò cinque lacrime sul viso del portiere avversario. E quattro di queste furono opera di Mihály Kincses, un attaccante ungherese che proprio l’Atalanta aveva portato in Italia poche stagioni prima. Ingrato Kincses, si dirà, ma rossonero e neroazzurro non hanno mai legato bene.

L’exploit contro la Dea non bastò a salvare l’attacco rossonero, che fu il peggiore del campionato, ma contribuì a salvare la squadra e restare in serie A. L’altra firma sul bollettino marcatori la mise Sauro Taiti, un cognome dal suono esotico che – sempre sul nastro dei corsi e ricorsi – fa venire in mente l’isola polinesiana, e la partita Colmar – Tahiti nella Coppa di Francia 2008. Anche in quell’occasione i doni pre-partita non furono i mistici gagliardetti, ma poetiche conchiglie e corposo vino locale.

Anche in quell’occasione gli ospiti portarono regali scambiandoli con la vittoria in campo. Alla Dea Atalanta quanto meno restò qualcosa da mangiare, seppure il tributo risultò indigesto. E se è vero che chi viene a Lucca e non mangia il buccellato è come non ci fosse mai stato, gli orobici possono dire in qualche modo di esserci passati. Ma molto probabilmente non ci tornerebbero.



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