Rubriche : romanzo rossonero
lunedì, 29 gennaio 2018, 15:21
di alessandro lazzarini
Gennaio è il mese in cui le miserie del calcio moderno raschiano il fondo del pozzo in cui tentano di far scomparire il sogno popolare dello sport più amato dagli italiani e non solo. In gennaio si compie il più squallido dei privilegi che la festa trasfigurata in mercato ha riservato ai suoi attori più facoltosi, cioè quello di poter porre rimedio a suon di quattrini alle loro incapacità gestionali.
A Natale finisce un campionato che poi resta sospeso un mese in un limbo di incertezza e fantasticheria per ripartire in febbraio stravolto, si compie la finestra di calciomercato cosiddetta invernale, propagandata come opportunità per tutti ma in realtà pensata solo per evitare il fallimento dei ricchi, che in questo finto spazio di rivalsa sono gli unici che hanno i mezzi per ottenere davvero qualcosa. D'altra parte se così non fosse, cioè se questo gennaio di affari pallonari avesse altre finalità se non quella di introdurre un privilegio per pochi, il calciomercato invernale non esisterebbe, perché è in assoluta antitesi con qualsiasi dimensione sentimentale legata alla passione che è il vero motore, anche economico, del pallone. Nelle piccole squadre i giocatori che hanno osato elevarsi appena sopra la mediocrità, il che quasi sempre significa essere rimasti effettivamente mediocri ma aver ricevuto gli osanna degli opinionisti tv e dei giornalisti compiacenti sotto dettatura dei procuratori, diventano oggetto di interesse delle squadre più ricche e ambiziose, iniziano a vagheggiare altre mete, e se il loro trasferimento non si realizza devono fronteggiare la delusione. I tifosi dal canto loro non fanno in tempo ad affezionarsi alla squadra che se le cose sono andate bene se la vedono smantellare, se sono andate male subiscono giravolte di scambi e facce nuove sempre all'insegna dell'irrilevanza.
Si capisce bene che tutto ciò è incompatibile con il radicarsi del sentimento di appartenenza dei calciatori, con l'orgoglio per la maglia, con il mito delle bandiere e con qualsiasi altro elemento di pathos che è l'unico motivo in grado di fornire al calcio un valore aggiunto che possa essere anche riconvertito in partecipazione e soldi. Ovviamente è un falso mito ed errore madornale pensare che il culto della vittoria a son di quattrini ma senza valori garantisca la riuscita e la rinascita di questo sport, perché vittorie e potere economico sono di pochissimi, ma si cerca il coinvolgimento di tutti. Ben diverso era il mercato di riparazione tradizionale nella prima settimana di novembre, dopo due mesi di campionato, dove si guardava ai giocatori senza contratto e qualche aggiustamento rispetto ai programmi. Quello di gennaio potenzialmente permette di stravolgere, sconquassare, quindi oltre che con la passione popolare è in contraddizione anche con un'altra parola di cui si riempiono la bocca tutti ma che nei fatti rimane vuota: la programmazione che è vagheggiata per far rialzare la testa al pallone italico. Perché dovrei programmare, che richiede competenza e investimenti a rischio, se posso rimediare tutto a gennaio?
Ora chiaramente se ci si volesse fermare qua sarebbe troppo bello, ma i padroni del vapore sono in piena lotta per il potere e la promessa elettorale è quella di portare in serie C le 'squadre riserve' dei club più forti economicamente, il che significa trovarsi mescolate nel campionato cinque o sei formazioni fatti di scarti della Juventus dell'Inter o del Milan che giocano fuori classifica col fine di mettere in vetrina i giovani e quindi fare cassa e non certo col fine di far maturare i ragazzi, visto che la C è un campionato ormai considerato non allenante nemmeno per i primavera più quotati, tant'è che i prestiti che arrivano, salvo casuali eccezioni, sono le macerie delle formazioni giovanili più importanti, accolte dalle derelitte compagini della terza serie a braccia aperte perché non costano (e rendono) nulla.
Sarebbe e sarà la morte di un campionato intero e con esso della passione e del sogno di mezza Italia, quella che non ha la fortuna di essere nel palcoscenico principale e ancora non si è rassegnata a tifare per due o tre squadre soltanto. Questa è quella che ai piani alti pensano essere la panacea per risollevare la palla rotonda dello stivale dopo la debacle più umiliante della storia, e perché lo pensano? Perché lo fanno in Spagna e altrove. In Italia, in generale, quando si vuol apportare un cambiamento lo si giustifica sempre portando ad esempio realtà considerate 'superiori' dove già lo si fa. Fra le poche certezze che si possono avere ricordate sempre che la più indissolubile è che se qualcuno vi propone qualcosa perché lo fanno altri, di certo costui è un idiota. I veri visionari hanno principi, sogni e valori, ed in base a questi costruiscono la loro idea di futuro. L'unica medicina del calcio italiano è riportare al centro del gioco l'estro, la fantasia e i valori etici che fanno di un ragazzo che rincorre il pallone non uno pseudofenomeno da baraccone viziato, ma uno sportivo che prima di essere capace di giocare pallone è un uomo.
Questo squallido contesto è compiaciuto da tutta l'opinione pubblica, cioè i soloni opinionisti del calcio, e mai una critica e una riflessione nel segno del pathos popolare arriva a proporre un contraddittorio. Unico baluardo rimangono i tifosi, nel dettaglio gli Ultras, che da anni hanno capito il degrado in cui viene trascinato il loro sogno e lo spregiano e lo combattono pur non ascoltati da nessuno perché nella messinscena montata dai sicari del calcio interpretano la parte dei i 'cattivi'. Sono la gente, cioè l'unica realtà che incarna il calcio, che nel dettaglio non è i soldi o i ventidue che rincorrono il pallone, ma il sentimento popolare che li accompagna.
Questa è la scena in cui si svolge il gennaio rossonero, aggravato dalle tragicomiche vicende societarie che hanno macchiettizzato la Pantera riducendola a una lontra che deve vergognarsi di se stessa, coi calciatori non a fine carriera che di certo in questo contesto avranno cercato di scappare nel mercato invernale. Altre spiegazioni non ci sono per l'inqualificabile prestazione offerta dalla Lucchese a Monza, una sconfitta possibile ma maturata senza combattere, senza qualità di gioco, senza orgoglio. La flebile scintilla accesa dalla cavalcata fino agli spareggi dello scorso anno è ormai definitivamente spenta, il gioco spumeggiante sulle fasce scomparso, l'orgoglio e l'etica da uomini che non si arrendono che aveva contagiato il gruppo è per il momento riposta in un cassetto, ma sappiamo che da qualche parte c'è e non possiamo che augurarci che venga rispolverata al più presto, perché il pur poco pubblico rimasto a Lucca può sopportare qualsiasi risultato ma non si merita questi spettacoli.
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