Rubriche : in gradinata

Le ritualità del Porta Elisa

lunedì, 8 dicembre 2025, 09:19

di gianluca testa

Lo stadio come ultimo "tempio laico". Tra amicizie domenicali e ciclici riti collettivi, la passione rossonera unisce da generazioni. Anche in gradinata. Da qua, tra gioie e sofferenze, proviamo a raccontare quel senso di appartenenza che ci fa sentire simili 

Nel giornalismo sportivo - e non solo - si è soliti attribuire allo stadio la definizione di "tempio laico". Al di là della retorica di massa, quell'espressione ben rappresenta dinamiche e comportamenti che anche i frequentatori del Porta Elisa non faticheranno a riconoscere. Perché sì, a pensarci bene lo stadio è l'ultimo spazio di socialità e uguaglianza che ci è rimasto. Indossare la sciarpa rossonera e varcare quei cancelli di fatto ammorbidisce e annulla tutte le differenze. Improvvisamente la formazione culturale, il conto in banca, la posizione sociale, il ruolo professionale, le idee politiche e l'età anagrafica non sono più così rilevanti. Quel che conta, varcata la soglia, è la passione intergenerazionale per la Lucchese. Quel che conta è l'attesa del momento in cui arriverà il gol, quello in cui esplode la gioia collettiva. Una manifestazione collegiale d'entusiasmo. (Anche se, ammettiamolo, negli ultimi anni su quei gradoni si è condivisa più la sofferenza della felicità).

Fatta eccezione per il settore ospiti, in epoche calcistiche diverse abbiamo vissuto e frequentato tutti i luoghi del Porta Elisa. A partire dalla curva ovest, ovviamente. Ma anche la tribuna, sala stampa compresa. Infine la gradinata. È da qua che abbiamo assistito agli ultimi derby del foro, ai pay-off con il Parma, alla stagione conclusa a Bisceglie tra infinite sofferenze e inaspettate eccitazioni, al gol di Badje e al nuovo campionato d'eccellenza.

La gradinata è un punto di osservazione privilegiato. Innanzitutto perché è il luogo in cui si ha la migliore visuale sul campo e su tutto l'impianto (a cominciare dalla curva, che elargisce sempre calore). Ma soprattutto perché ormai, per molti, quei gradoni su cui l'Omone faceva saltare Paci e compagni in allenamenti sfiancanti, oggi sono diventati la succursale domestica di molti tifosi. Abitudinari, quasi metodici. Affrontiamo il percorso di avvicinamento allo stadio nel rispetto di una ciclica ritualità che si fatica a modificare o interrompere. Il parcheggio sempre negli stessi stalli (più o meno legittimi), l'avvicinamento a piedi insieme ad altri compagni di avventura, commentando risultati, classifiche e prestazioni. E poi il caffè prima di affacciarsi sul campo e i saluti e gli abbracci con gli amici della domenica.

Già, gli amici della domenica. Quelli di cui non conosci né il nome né la residenza. Della loro storia di vita non sai nulla o quasi. Se non che la domenica sono sempre lì, anno dopo anno. Sugli stessi gradoni, seduti sempre nella stessa zona. Come se quella poltroncina non fosse un bene comune, ma una proprietà legata all'appartenenza, alla fede, alla costanza. E allora anche quando l'incontri fuori contesto, al supermercato o in piazza San Michele, gli amici della domenica li saluti con una compiacente cordialità. Magari aggiungendo questa mezza frase fugace: «Ci si vede alla prossima». 

E quel giorno ci si vede davvero. Forti dei nostri riti e delle ritualità altrui. Come gli Irriducibili, sempre al loro posto. O quel gruppetto di signori che da lunghi anni si colloca all'altezza dell'area in cui attacca la Pantera - loro vogliono vedere i gol da vicino - e che alla fine del primo tempo li vedi migrare regolarmente da una metà campo all'altra, puntuali come le rondini al cambio di stagione. E poi c'è il ragazzo con la bandiera, il gruppetto di bordo campo che si affaccia sul fossato e di solito inveisce a seguito degli errori arbitrali (che in questa stagione ci sono stati serviti in abbondanza). E ci siamo noi, gli habitué del posto fisso. Che salendo gli scalini sappiamo riconoscere prima di alzare lo sguardo chi incontreremo a destra e a sinistra, a qualunque altezza. E che quando ci sono presenze estranee - ovvero amici e parenti dei giocatori avversari, soprattutto quest'anno - li riconosciamo subito. Perché magari si sono seduti al nostro posto, in mezzo agli amici della domenica con cui condividiamo la fila. Sono gli stessi che, tra ingenuità e rispetto, a volte si rivolgono a te dicendo che quello è il loro posto. «Fila e numero sono scritti qui», dicono. E mostrano inutilmente il biglietto.  

Così, dopo quasi due ore di chiacchiere, commenti, urla, eccitazioni e pacche sulle spalle, arriva il momento del tributo alla squadra. Un saluto anch'esso rituale, col passaggio sotto la gradinata e poi davanti alla Ovest. E non deve meravigliare se poi la curva e tutti i tifosi presenti applaudono nel tentativo di lenire il dolore del giovane Martino Ragghianti, che ha perso suo padre prima ancora di diventare maggiorenne e che quel giorno è entrato in campo per giocare con la maglia della Lucchese. «Siamo sempre con voi», ha cantato la curva.

Già, siamo sempre con voi.



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